Parliamo del Parka

Difficile non averne mai visto uno, dato l’esercito di giovani, ragazze e ragazzi, che in qualsiasi periodo dell’anno si aggirano in città avvolti in giacconi color cachi.
A chi invece fosse sfuggito, il dizionario della moda viene in aiuto definendolo così:
“Capo d’abbigliamento esquimese delle isole auletine. Il parka, simile all’anorak, è realizzato in tessuto impermeabile, spesso, imbottito, chiuso davanti da una zip. Arriva a metà coscia e può avere un cappuccio a volte ornato di pelo. Creato all’origine per lo sci e la montagna, fa oggi parte dell’abbigliamento casual.”
Tutto qua? Ovviamente no.Per definirne il valore simbolico, occorre fare un passo indietro, e lasciare la fantasia viaggiare nel tempo.

Durante la seconda guerra mondiale, è stato preso e riadattato alle esigenze dell’esercito americano e poi inglese. Mentre nel 1954 l’America pubblicizza il Refrigiwear, capace di mantenere il corpo caldo fino a -20 gradi, in Inghilterra migliaia di parka con lo stemma “Royal Air Force” rimasti inutilizzati, vengono rivenduti a basso costo nei grandi magazzini, preferiti da un particolare gruppo di giovani, detti Mods, che io immagino così.
Londra, una mattina qualsiasi del ’59. Rombo di vespe e occhiali da sole; colletti squadrati, sguardi taglienti; riviste di moda italiane, anfetamine. Il vento punge ma non scombina i capelli, anzi si accompagna alle note di Dizzy Gillespie. Belle ragazze e un cravattino nuovo. Un’ultima sigaretta prima di ritrovarsi e ballare nel nightclub.
Definiti da molti come giovani ambiziosi e narcisisti, i Mods sono appassionati di tutto ciò che è nuovo, della black music e del modern jazz in particolare (da cui il nome e l’imitazione degli eleganti completi di Brioni indossati da Miles Davis).

Figli della classe media lavoratrice, ai modernists piaceva l’abbigliamento fatto su misura, così come la buona vecchia scuola inglese insegna. L’amore spasmodico per i dettagli e la qualità dei tessuti italiani, aggiunto al chiaro intento di circoscrivere i loro interessi in un modus vivendi da teenager alla ricerca d’indipendenza e ore piccole, ha fatto sì che si potesse cominciare a parlare di stile, concetto poi individuato da Dick Hebdige, destinato a rivoluzionare la storia della moda e le più fervide immaginazioni nell’elaborazione di mille e una personalità. Un punto in favore di questa sottocultura è dato dal fatto che i Mods non volevano apparire come giovani ribelli, anzi. Consapevoli delle loro origini, non entrano in conflitto con gli adulti, a differenza dei futuri punk e skinhead, ma rispettano i canoni del ragazzo di buona famiglia. Almeno fino a che non incontrassero un rocker per strada.
Durante tutti gli anni 60, grazie ai media e al fervore creativo della Swinging London, effettiva capitale della cultura e della moda, i Mods escono dai vicoli di Carnaby Street, riuscendo a conquistare Roma e via Margutta, in un’atmosfera tutta pop e margherite firmate Mary Quant.
Contemporaneamente e dall’altra parte del mondo, un altro tipo di margherite fanno da voce al movimento giovanile degli hippies di San Francisco, che in modo diverso, seppur correlato, indossano i parka dell’esercito, ai quali strappano via le spille militari e le sostituiscono con il simbolo della pace, motivi floreali e stampe psichedeliche. In questo contesto, sui giacconi si imprime uno spirito di protesta politica marcato da un forte sarcasmo nei confronti dello stato, contro la guerra in Vietnam.

Gli anni 70 dei jeans a zampa d’elefante, donne incazzate e del Glam rock esplodono come coriandoli e si riaccende l’interesse per la moda, ora glitterata, cotonata, spudorata e divertente.
Il parka è ormai fenomeno di costume. Ancora legato a uno stereotipo maschile, ma stavolta carico di una connotazione politica sinistroide e pacifista, non trova seguito sul dance floor né nelle boutique all’ultimo grido. Quando verrà proiettato sul megaschermo in Quadrophenia, gli Who faranno da apripista al connubio stile e musica, di cui successivamente case discografiche e sistema moda saranno ghiotti.
Le nuove icone del rock sembrano lanciarselo da un palcoscenico a un altro. Senza nulla togliere alle giacche di pelle dei Ramones o alla creatività della New Wave dei Culture Club, da Londra si vola a Seattle, da dove Kurt Cobain e il grunge ammalieranno milioni di giovani in tutto il mondo.

Un nichilismo sobrio, disinteressato, con maglioni sgualciti e capelli spettinati. I testi dei Nirvana trasmettono la semplicità dell’essere, noncurante dell’estetica e stufo del consumismo sfrenato degli anni 80. Purtroppo per Kurt, il suo messaggio è stato percepito anche dalle case di moda, generando un ping pong tra strada e passerella che si intensifica con gli anni. Nel 1993, infatti, sarà Marc Jacobs con la sfliata dedicata a Perry Ellis a rendere omaggio la pietra miliare del grunge, trasformando in seta e cashmere i maglioni sfibrati da 3$, e sgretolando la filosofia della strada e del DIY (Do It Yourself) in favore dell’alta moda.

Un paradosso surreale.
Il grunge diventa un fenomeno di massa a tutti gli effetti. Il successo e la popolarità spengono definitivamente l’entusiasmo di Kurt, che decide di togliersi la vita nel 1994, scatenando il panico mediatico per quella che sarebbe potuta essere la reazione dei fan.
In “Live Forever, The Rise and The Fall of Brit Pop” di John Dower, si evidenzia come il rock americano dei Nirvana e Pearl Jam abbia invaso il panorama musicale britannico, tanto da spingere i produttori tra cui Phill Savoige a rappresentare con zelo i nuovi talenti 100% inglesi.
A pochi mesi dalla scomparsa di Cobain, l’Inghilterra si prepara alla battaglia delle band. Blur e Oasis pubblicano i loro album in contemporanea, il 14 agosto 1995. Dietro la sfida, sta in realtà l’eccitazione per il cambiamento il corso, per una libertà ritrovata da chi era cresciuto con tata Thatcher. D’altra parte, la fiducia nel potenziale delle due rock band sta anche nella speranza di superare l’aporia legata alla fragilità e all’apatia con cui il grunge aveva appena contaminato i giovani. Si sente la necessità di risvegliare l’orgoglio e l’ambizione di una nazione che in fondo, è fatta di ragazzi di buona famiglia. Vi ricorda qualcosa?
Parlando di immagine, si tratta di comunicare un modello opposto a quello dei Nirvana. “I 4 stracci da mercato dell’usato lasciateli pure agli americani, a noi piace fare shopping”.
Ebbene si, la cultura Mod torna alla ribalta nella Cool Britannia di Tony Blair. E’ ora di sventolare Il parka, che guarda caso si collega tanto ai Blur quanto agli Oasis.
Francesco Cancellato de Linkiesta, conferma questa idea:

“Il cicerone della Parklife dei Blur è l’attore Phil Daniels, che da giovanissimo ha recitato la parte di Jimmy in Quadrophenia degli Who. Un po’ di cultura mod, nel brit pop, non guasta mai”.

“You gonna be the one who saves me…”

Dal freddo, aggiungerei. Wonderwall, una delle più dolci canzoni d’amore del secolo si presterebbe perfettamente da slogan alla linea di abbigliamento di Lian Gallagher, lanciata nel 2009 e devota allo street style inglese (sul sito al parka è destinata una sezione a parte).
In realtà, gli Oasis o i Blur non è che piacessero proprio a tutti. Le appassionate di tendenze hanno preferito aspettare il consenso delle loro istituzioni preferite prima di comprarne uno. Dal 2003 attrici e modelle come Alexa Chung o Sienna Miller sono trend setter pioniere dei modelli più femminili, oppure British Vogue, che nell’ottobre 2008 ha deciso di mettere in copertina la bellissima Kate Moss in cappuccetto verde.

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Sarebbe romantica l’idea in cui migliaia di fan di Noel avessero diffuso il parka tra le ragazze, peccato non basti a giustificare il boom delle vendite nelle grandi catene come H&M, Zara, Primark, che ha raggiunto persino i mercatini dei paesi sulla cima più alta della montagna più sperduta del mondo.

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